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Conoscere l’India

 

Lazzaro Devasahayam Pillai, il primo laico indiano a diventare Santo

Domenica 15 maggio il Papa ha presieduto la celebrazione eucaristica e il rito della canonizzazione di dieci beati. Tra questi un indiano: Lazzaro Devasahayam Pillai (1712-1752) che non rinnegò il Vangelo nemmeno sotto le torture.

Ricordiamo che la fede cristiana in India risale alla predicazione dell’apostolo Tommaso quando giunse nel sud dell’India.

Devasahayam, appartenente all’alta casta dominante Nair, era figlio di un bramino, la casta più alta nell’induismo, e di una madre appartenente a una casta appena inferiore. Tale lignaggio gli aprì le porte della carriera militare e politica, fino al ruolo di ministro del regno di Travancore (nell’attuale Kerala) e addetto alle finanze del Palazzo reale. Venne in quel regno un europeo, il capitano fiammingo Eustache de Lonnay, fatto prigioniero dopo una spedizione militare fallimentare nel 1741.    In quell’anno l’esercito olandese voleva estendere la propria influenza alle coste del Regno di Travancore, presso Malabar, India del sud. A questo scopo gli olandesi decisero di attaccare il regno di Travancore. La guerra durò a lungo e alla fine il re Marthandavarma li sconfisse.

Il re aveva voluto graziare e “assumere” de Lonnay per sfruttarne le grandi competenze militari. De Lonnay, che era profondamente cattolico, e Devasahayam diventarono amici.

Le continue disgrazie nella famiglia di Devasahayam divennero occasione di condivisione delle sofferenze con De Lonnay. Quest’ultimo tentava di consolarlo narrandogli le storie di sofferenza di Giobbe descritte nella Bibbia. Lentamente Devasahayam si sentì attratto dal cristianesimo ed espresse il desiderio di  diventare cristiano.

De Lonnay lo mandò allora da un missionario italiano, il gesuita Giovanni Battista Buttari, che operava fuori dal regno di Travancore,

Il 14 maggio 1745 P. Buttari lo battezzò con il nuovo nome di Devasahayam, corrispondente al biblico Lazzaro. Dopo il Battesimo, Devasahayam incominciò una grande opera di evangelizzazione per promuovere la fede in Gesù Cristo. Anche sua moglie Bargaviyamma ricevette il sacramento del Battesimo, col nuovo nome di Gnanappoo, cioè Teresa.

Entrambi divenendo cristiani accettarono di passare dalla casta superiore a cui appartenevano a quella più bassa. Ma sarebbe stato il meno. Da lì iniziò la persecuzione da parte degli ambienti reali che sfociò nell’incarcerazione di Devasahayam.

Il re Marthandavarma infatti era contrario a qualunque conversione al cristianesimo ed in particolare a quelle di persone appartenenti alle classi superiori.

La conversione di un ministro del re fu ritenuta un tradimento e un pericolo per la solidità dello stato induista indiano. I brahmini mossero false accuse contro Devasahayam presso il re.

Il suo rifiuto di adorare gli dei Hindu e di prendere parte alle tradizionali feste religiose Hindu irritò molto gli ufficiali che non tolleravano la sua predicazione sull’uguaglianza di tutti i popoli, il superamento delle caste e l’amicizia con gli intoccabili delle classi più umili, cosa proibita per una persona di casta elevata. Infine, lo accusarono anche di aiutare i cristiani ed in particolare P. Buttari con forniture di legname del regno per la costruzione di una nuova chiesa a Vadakkankulam.

Il re, su insistenza degli ufficiali di palazzo, ordinò il 23 febbraio 1749 l’arresto di Devasahayam.

Gli fu chiesto di abiurare la fede cattolica sotto la minaccia di torture e di una morte atroce, ma rifiutò. Il re ordinò allora un trattamento che servisse da monito per altri del suo entourage tentati dal cristianesimo. Lazzaro Devasahayam fu umiliato ed esposto alla pubblica derisione. Fu bastonato e le sue piaghe furono cosparse di peperoncino. Fu costretto a camminare per molti chilometri sotto il sole cocente, con le mani ed i piedi incatenati. Presso una piccola roccia a Puliyoorkurichy, egli era molto assetato, ma i soldati si rifiutarono di dargli una goccia d’acqua. Egli cadde in ginocchio sulla roccia e pregò: l’acqua sgorgò dalla roccia.

La sua cella fu riempita di formiche e insetti velenosi. Cercarono di piegarlo con la fame e la sete. Invano.

Gli ufficiali vollero intensificare le sue sofferenze portandolo in un posto chiamato Peruvilai dove però una grande folla cominciò a recarsi presso di lui ogni giorno, per ricevere le sue benedizioni e preghiere. Infine arrivò il momento del martirio, che egli desiderava da molto tempo.

Il 14 gennaio 1752 lo portarono vicino a una foresta dove lo uccisero. Morì martire gridando «Gesù salvami!».

Dopo cinque giorni, i cattolici che vivevano nelle vicinanze, vennero a sapere dell’uccisione, raccolsero i suoi resti mortali e li seppellirono nella Chiesa di San Francesco Saverio a Kottar (l’attuale cattedrale della Diocesi di Kottar), nello Stato del Tamil Nadu.